Don’t say a word

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Dummies Project ringrazia tutta l’organizzazione di Aprés-Coup/Spazio Nur per la squisita ospitalità e per visionarietà e l’incoscenza dimostrata.

The Dummies love you!

Ispirata alle opere di Liana Ghuk Asyan, Don’t say a word è una performance sul tema del segreto e del silenzio. Tre figure emblematiche costrette, loro malgrado, a custodire il doloroso silenzio sui segreti degli altri, tre storie crudeli di compassione e disagio esistenziale, difficoltà di integrazione e diversità.
Dummies Project interpreta le opere figurative di Liana Gukasyan, dando voce ai violenti segreti che l’artista armena cela nei ritratti esposti nella sua personale “Credo nei prossimi 7 minuti” presso la galleria d’arte contemporanea Aprés-Coup Arte. Il grido paradossale di un linguaggio basato sulla poesia del silenzio.

 

Not me?

Ci siamo… debutta a breve la nuova performance di Dummies Project nellla quale una compagnia specializzata in linguaggio non-verbale e maschere, incontra la
drammaturgia di Samuel Beckett, in un’indagine sul rapporto tra prosa poetica e comunicazione non verbale. Quattro atti unici, alcuni dei quali concepiti per la televisione, più vicini al linguaggio del cinema che non a quello teatrale. Dummies Project converge gli elementi di questa sfida nella creazione di un ipotetico  purgatorio,nel quale l’architettura degli spazi evoca un goffo montaggio televisivo.

Dove?

http://www.archetipoac.it/?m=20180317&cat=82

Vi aspettiamo! The Dummies love you!

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manifesto dummies singolo

 

Non è un manifesto. Solo una puntualizzazione.

“L’arte non vale più per noi come il modo più alto in cui alla verità si dà esistenza. Nell’insieme il pensiero presto si è opposto all’arte come rappresentazione sensibilizzatrice del divino; […]. L’arte ai suoi inizi lascia ancora sussistere un che di misterioso, un presentimento pieno di mistero, uno struggimento, perché le sue produzioni non hanno ancora completamente tratto per l’intuizione immaginativa tutto il loro contenuto. Ma se il contenuto compiuto è compiutamente venuto a rilievo in forme artistiche, lo spirito lungimirante ritorna da questa oggettività, allontanandola da sé, nel suo interno. Quest’epoca è la nostra. Si può, sì, sperare che l’arte s’innalzi e si perfezioni sempre di più, ma la sua forma ha cessato di essere il bisogno supremo dello spirito.” (cit. Hegel)

…ecco perché dopo la lungimirante previsione di Lord Byron sulla morte del mistero con l’avvento delle lampade a petrolio, oggi, dove tutte le forme sono corpo e massa, e ogni cosa è – purtroppo – illuminata, l’arte dell’invisibile ha fame di buio.

Se non ha nome non è.

Se non è, non ha corpo pur occupando uno spazio.  Crea fratture senza ricomporle.

E’ inspiegabile amore.

Dummies Project nasce da una lenta e paziente aggregazione di forme, da intense suggestioni e virtù evocative fatte di silenti strategie del pensiero, di poesia sofferente e frantumata, tagliente.

Dummies Project è una superficie frammentaria, architettura armonica che si prolunga nello spazio, prodotto e paesaggio interiore. È differenza sostanziale, sofferenza e affanno interiore, tormento perpetuo e inalterabile. Il suo viaggio legittima una certa idea d’esistenza, anzi la dimensione trasversale della quotidianità. Dummies Project è ritmo, decesso delle categorie sociali e proiezione verso l’altro, verso una radicale e costante decolonizzazione di se stessi; verso la rinuncia di sé e la maturazione di qualità estese oltre il contingente, oltre la stolida felicità esibita dalle emozioni.

Essere Dummy insegna a viaggiare e a prendere tempo, a parlare poco e a sottintendere molto. Insegna a privilegiare le dimensioni contenute e modeste. Insegna a giocare di scacco la realtà, in modo da non essere tenuti a esserci, a essere così e così, a essere travolti dall’inevitabilità del nostro stesso accadere. Insegna a vedere diversamente le cose, le catene d’illuminazioni, le epifanie della memoria e il terrificante nulla a cui esse accompagnano; un nulla perfetto e calibrato, infinitamente più efficace della vita, ostinatamente vivo ed estraneo a ogni possibile stima.

Essere Dummy è come essere qualcosa di traslucido, qualcosa di permeabile, di intermittente e variabile che induce alla frattura, alla natura come mondo incrinato e coperto di segni; un reale in cui la parola non si cristallizza in formule e precetti, in cui il dialogo non capitola cedendo alla logica. Un mondo in cui l’intelligibile dissimula un sapere essenzialmente muliebre, geografia sacra basata sulla fusione tra ingegno e necessità.

Dummies Project si propone come coscienza rinnovata e slegata dal concetto di proprietà, non assorbita da un’estetica identitaria. Indica a se stesso la via, l’esistenza marcata dalla negatività, il desiderio di essere altrove, di riconoscersi in un altrove, che poi è la dimora di partenza, quella abituale e per questo meno visibile, misconosciuta. Dummies Project non svolge alcun ruolo, non assolve alcuna funzione, se non quella di rendersi inoperoso e squilibrato, pura anomalia, patria misteriosa. Nasce come intreccio di cifre che formano lo spazio del vissuto, il manifestarsi e il nascondersi dei simboli; come ignota frontiera, imperfetta e discontinua, per niente rassicurante ma abbastanza riconoscibile. Nasce come prossimità, vertigine, mancanza e assenza, conoscenza dichiarata ma non rappresentata. Nasce già mancante di qualcosa, perennemente in difetto tra persuasione della natura e finzione della retorica. Dummies Project bandisce la mera ambizione, il banale compromesso nei riguardi della propria socievolezza. Bandisce il verbo inteso come orizzonte obbligato e decoroso, moderato e spietato quanto basta per ritenere la propria malinconia un mero rifugio contro le molestie del consorzio civile. Bandisce l’esistenza a tutti i costi, quella forza che trasmuta la differenza in egologia e l’afflato poetico nel frastuono della vita.

Dummies Project dichiara che essere a conoscenza di ciò che è insostenibile non è facilmente sopportabile! Nondimeno fiuta un rimedio, che consiste nel vivere tra lo smarrimento e il torpore, nel vivere illusi accettando la menzogna e l’impostura, col tentativo però di non cedere mai all’immobilità, al cinismo. Nell’azione dei Dummies si congiungono gesti e corpi, tutto un potere fatto di sapere, un testo che porta con sé il vigore di un pensiero aperto alla distanza. Un pensiero in bilico tra dialettica e decostruzione che non oltrepassa il piano metafisico ma ne evidenzia il lento procedere verso la sospensione del sapere.

Dummies Project testimonia la propria ricettività, la propria dimensione espressiva il cui limite è il brusio sommesso dell’erosione soggettiva. Testimonia la propria fede in una temporalità differita, allo stesso modo terrificante e ospitale, territorio in cui si è spinti ad accettare il fatto che dopo una verità ultima ne esista un’altra ancora più estrema. Rappresenta la congiunzione tra esterno e interno, sospensione della compiutezza formale esitante fra allucinazione e virtù della lirica.

Con Dummies Project nasce l’immagine braccata dal linguaggio, chiamata a rendere giustizia alle cose, costretta a oscillare sul bordo delle parole. Nasce Dummies Project come arte di saper vedere, saper ascoltare, saper leggere e ricevere. Nasce il negativo per eccellenza, la negazione stessa, l’immagine dell’attesa e della passività non insidiata dall’accidia. Nasce uno spazio perturbante, una scrittura allusiva e marginale in strettissimo rapporto con l’anima trasformatasi in memoria. Nasce una creatura tenace e risoluta nascosta nell’oscurità dei nostri addomi. Nasce per renderci consapevoli di non essere mai stati, forse di essere stati soltanto in un certo tempo e in un certo spazio, o di capire che le lacune e le emozioni abortite sono la vera cagione del nostro esistere. Dummies Project nasce per dar voce al nostro versante occulto che mostra la miseria del limite e la ricchezza dell’apertura; per offrire la possibilità di vivere non più distolti ma assolti, introdotti in un’incosciente preziosa intimità. Il dono di dei Dummies è l’offerta in sé, la disclocazione, l’incertezza e il rischio del possibile. Dummies Project chiede e offre asilo. Refolo di vento improvviso e un poco soffocante, profumo di vuoto, vuoto somigliante al vuoto.

Qualcuno nasce con le ali

Chiedo scusa in anticipo per il titolo, detto così sembra che io alluda implicitamente al fatto che qualcun’altro le ali non le indosserà mai. Davvero non lo penso. E’ però un dato di fatto che alcuni di noi, per divinazione o per un misterioso capriccio del caso, affrontano la vita con una diversa abilità: la leggerezza.

Vi prego, non pensate che stia per riciclare qualche pensiero logoro sulla leggerezza esistenziale o sulla leggerezza poetica di Calvino de: “le lezioni americane”. Sono concetti formidabili che chiunque ha discusso e analizzato a suo tempo, io parlo di leggerezza empirica.

Durante una delle nostre ultime performance, come di consueto caratterizzate da un’interazione diretta tra i Dummies e i presenti, mi sono ritrovato con una giovinetta sulle ginocchia, in posa per farsi fotografare con noi (in realtà tecnicamente era sulle ginocchia di Swanny Dummy, dal momento che il mio corpo è in prestito). Pur desiderando di farsi ritrarre con noi, la ragazza era imbarazzata da quell’atto così intimo di sedere sulle ginocchia di uno sconosciuto. “Magari c’è un bel ragazzo sotto maschera”, ha detto a voce alta, porporandosi in volto. Poi, ha spinto il suo imbarazzo oltre il livello di guardia, sbirciando sotto la maschera: “Ma è un vecchio?! Come è possibile?”

IMG-20170728-WA0001Come è possibile? … Credetemi, non è una convinzione alla quale mi aggrappo come un naufrago che raggiunga una ciambella gonfiabile (con tanto di testa di paperella), ne sono convinto: i miei 47 anni e la vecchiaia non hanno niente in comune. Però comprendo lo stupore della ragazzina che, sbirciando sotto la maschera, ha intravisto una barba brezzolata incolta, ma ho equivocato la natura del suo stupore. Più tardi, durante il mio turno di pausa l’ho incontrata di nuovo, senza maschera: “Sei davvero tu Swanny Dummy?!” “In che modo ti stupisce?”, le ho chiesto. “Siete pieni di energia e leggeri come personaggi di un fumetto… credevo che foste giovani. Io studio danza ma… insomma… voi siete leggeri davvero” (un discreto regalo per il mio ego, lo ammetto). 🙂

In verità ci capita spesso quando ci presentiamo per la prima volta senza maschera: c’è sempre un impercettibile disappunto disegnato nel volto di chi ci stringe la mano, come se fosse una sorpresa scoprire che i Dummies sono over 40. Beh… lo siamo, inevitabilmente, ma da sempre fuggiamo la gravità terrestre e forse per questo la muscolatura e i tessuti sono abituati alla leggerezza del vuoto astrale. Ale, Gigi e io, che ormai da tempo ci presentiamo come “i vecchietti mascherati”, non abbiamo un peso specifico comune, siamo a massa 0. Forse per incoscienza, forse per un dono, forse il crollo arriverà come a Gerico con uno squillo di trombe, ma finchè presteremo i nostri corpi ai Dummies, resteremo leggeri.

Qualcuno nasce con le ali, qualcuno no e qualcuno è leggero anche senza volare.

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Le foto ritraggono i “vecchietti unmasked”. In ordine di apparizione: Fede, Gigi, Ale. The Dummies love you!

La nota di accordo

dumm milkyCaldo. Tanto caldo. Indossare maschere come le nostre con queste temperature è un’impresa, qualcosa che ci accumuna – con rispetto – a penitenti medioevali. L’evento al quale dovevamo partecipare si è concluso, sudati e col fiato dimezzato riponiamo maschere e costumi nel baule. Ora una birra, un’aranciata o una testa sotto l’acqua corrente del lavandino, non ce la toglie nessuno. “Scusate ragazzi qui c’è una fotografa che chiede di voi, sul volantino c’è scritto che sareste stati a disposizione dei fotografi fino alle 19:00 e vorrebbe potervi fotografare. La frase è recapitata direttamente a me, Ale e Gigi, pur a pochi metri di distanza, si godono l’onorevole riposo dei guerrieri e non hanno sentito. Sono paonazzi, rilasciati su sedie scomode ma in pace con il loro corpo.

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Non so che ore siano ma di sicuro la fotografa ha ragione: anche se l’evento ha concluso il ciclo fisiologico la pubblicità prometteva altri orari. Guardo i miei amici… non ho cuore di affrontarli ma devo. Prima però spiego a Michela, la fotografa che chiede di noi, come stiano le cose: stavamo tornando a casa ma ci fa piacere onorare l’impegno. Ci accordiamo per un servizio fotografico di qualche minuto e chiedo la cortesia di evitare di indossare ancora le tute di licra, “anzi… se possibile… hem… possiamo farlo in abiti civili?”

Michela Miky Sal è una ragazza sveglia e comprende al volo l’opportunità: per qualche minuto saremo suoi in esclusiva, senza sgomitare con altri e in una condizione artistico/estetica inconsueta.  Le foto del Dummies Project “in borghese” o senza maschere sono molto rare, i contratti e/o accordi con i nostri clienti su questa materia sono chiarissimi e invalicabili: “divieto espresso di pubblicazione” ma per questa volta il direttore artistico sembra voler fare un’eccezione. Ale mi guarda e sul suo volto attonito si disegna l’espressione di qualcuno che abbia visto qualcosa di indecifrabile o, meno poeticamente, ha deciso che sono impazzito ma non ha la forza di replicare. In effetti sto accordando a una sconosciuta un privilegio mai accordato ad altri. Ale si volta verso Gigi, borbottano qualcosa che non distinguo e con la loro solita dolcezza indossano le maschere in silenzio.

Questa è la nota magica di accordo che ci lega da anni: la consapevolezza che il Dummies Project anteporrà il desiderio di una giustizia salomonica, al proprio interesse personale. E poi Michela è una ragazza simpatica, ha viaggiato per incontrarci e il “Project” non prende scorciatoie. Mai.

F.B.

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Shots by Michela Milky Sal

Perseus for Dummies

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Il 25 luglio, dalle 19:00, nelle Gallerie degli Uffizi di Firenze, Dummies Project presenterà la nuova performance PERSEUS ROOM: un’incursione di Arte Contemporanea nella sala 41 del museo.

Perseus Room è una singolare installazione attiva ispirata all’iconografia del mito di Perseo. La sala, attualmente in ristrutturazione e priva di opere della collezione di Gallerie degli Uffizi, si trasforma per una notte nella stanza di un museo d’arte contemporanea, popolata da sculture viventi, poetiche e crudeli, nello stile inconfondibile del Dummies Project. Nella Perseus Room prendono vita la tragedia di Danae, l’eroismo di Perseo, la decapitazione di Medusa e il sacrificio sventato di Andromeda, in un’azione performativa originale, affidata al solo linguaggio non verbale e alla magnificenza della full masks del Dummies Project.

PERSEUS ROOM – una performance di DUMMIES PROJECT, sala 41 delle GALLERIE DEGLI UFFIZI di Firenze, scritta e diretta da Federico Bertozzi, con Alessia Rossetti, Federico Bertozzi, Pierluigi Belfiore e Valentina Berti. Costume design Michela Loberto. Regista assistente Giulia Baccanelli.

Mamma è tornata!

dummies mumSono le 19:30, a Milano i Navigli sono popolati oltre misura, il papà dei del Dummies Project zoppica verso un appuntamento col destino: dopo qualche anno rivedrà Michela, la mamma dei suoi “Dummies”.

Ale e Gigi hanno qualche minuto di ritardo e io non riesco a visualizzare il numero civico che cerco e il mio sguardo vaga. Poi l’apparizione sul piccolo terrazzo che si affaccia in strada. La voce è melodiosa, non ricordavo quel suo curioso miscuglio tra parlato e cantato; rende piacevole anche il suo schernirmi. Giunto nella sua casa-atelier l’abbraccio: è più sottile di quanto la ricordassi e io sono più pingue di quanto ricordasse lei. Da manuale.

Ci raggiungono Gigi e Ale e si procede con le presentazioni. Questi due amici sono lo scheletro e i  muscoli del Dummies Project ma non conoscono l’artista che ha contribuito a creare i personaggi che loro interpretano da anni. L’atmosfera è cordiale e in parte divertita; in realtà è così ogni volta che Michela prende in mano la situazione, ha il tocco di Re Mida per queste cose. Il tempo stringe, saltiamo ogni preambolo ed entriamo nell’atelier. C’è poco da spiegare, abbiamo bisogno di lei, abbiamo bisogno di ricongiungerci con l’altro emisfero del nostro mondo, con il regno dell’eleganza, con qualcosa che sappiamo riconoscere ma non riprodurre, qualcosa che sa fare solo lei. Ci abbiamo provato, per necessità, in un susseguirsi di fallimenti. La mano sottile di Michela fruga nell’appendiabiti che custodisce i “pezzi unici” e ci mostra cosa ha immaginato per noi. I nostri volti s’illuminano e a me cambia pure la salivazione… “Porcaccia la miseria se sono meravigliosi!” Sono passati cinque anni e hanno migliorato Michela in modo sensibile come donna, come persona, ma come artista la crescita è stata esponenziale. Gigi indossa il nuovo look per Little No, il personaggio che ha in consegna, e d’un tratto i cinque anni di talento accresciuto risplendono conferendo al nostro dummy un aspetto più maturo, elegante, risolto. Tocca a me, al mio Moonny nato orfano delle cure di Michela, perché concepito solo due anni fa. Indosso prima la casacca, poi il pantalone: due pezzi che non so descrivere, perdonatemi, presto li vedrete. Lo specchio è lontano ma mi rifletto nei volti dei miei compagni: un misto di stupore, perplessità e ammirazione, ovvero il trittico di sentimenti che di solito provochiamo in chi ci incontra. “Che ne pensate”, chiedo per pedanteria. Silenzio. Mi guardano e riflettono. Silenzio. Questo scambio di silenzi mi ha reso trepidante e trepidante mi presento all’appuntamento con lo specchio.

Indossando una delle mie identità, mi vedo, sento il sangue affluire alle guance e penso: “Mamma è tornata!”